La mia non è una storia che valga la pena di raccontare. Infatti vi racconterò quella di mio cugino Filippo.
Noi (anzi, io, perlopiù) lo chiamavamo Jack, e lui ogni volta si incazzava come un asino. Jack, corri, è per te; Jack, vieni, ti devo parlare; Jack, piantala, è ridicolo... e così via.
Jack era in fondo un bravo ragazzo. La sua era una perenne lotta ad affermare certe sue idee, idee ingenue per lo più, ma non per lui che pensava di aver avuto l'idea del millennio. Faceva quasi tenerezza vederlo infervorarsi facendo certi discorsi; non per ripetermi, ma in fondo era una brava persona. Inoffensiva.
Erano tutti convinti che fosse quella giusta per lui la ragazza che portò a casa una sera: Laura, mi sembra di ricordare che si chiamasse, bionda, bel sorriso, bel fisico. Forse un po' troppo bello.
Il segreto era, con Jack, di dargli l'impressione che lui fosse indispensabile, che senza di lui il mondo sarebbe andato a finire nello sciacquone. Non importava quanto improbabile e campata in aria fosse questa sua illusione: ricordo una volta che d'estate si partiva per il mare e non si trovava come far entrare in macchina il tavolino. Zio Giovanni aveva avuto la bella idea di incollare le gambe al tavolo e non si riusciva più a smontarlo. Ci si stava rassegnando a lasciarlo a casa, tantopiù che allo stabilimento si sarebbe comunque trovato un tavolinetto libero per mangiare. Ebbene, che ci crediate o no, chi ti va a passare casualmente a quell'ora del mattino davanti casa? Sì, vabè, casualmente... Eccolo lì, Jack, sorridere dal finestrino del suo furgone (cosa cavolo ci facesse mai con quel furgone nessuno riuscì mai a capirlo in famiglia), eccolo lì, dicevo, pronto a farsi carico dell'ingombrante impiccio. Ci si risolse a portare quel tavolino e quant'altro per la villeggiatura nel furgone, all' andata e al ritorno. Non pretese neppure di unirsi a noi per le vacanze. Se ne tornò a casa e venne a riprenderci la settimana dopo. Era questo Jack, che ti piacesse o no.
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